A Licei di Bologna ha preso vita un percorso diverso nell’insegnamento della Matematica nato grazie alla collaborazione con il Politecnico di Milano.
Dopo mesi di lavoro ispirato alle Thinking Classrooms di Peter Liljedahl, il prof. Giovanni Raccichini racconta:
“Negli ultimi anni, al Liceo Malpighi di Bologna, è emersa una domanda decisiva: che cosa significa davvero imparare la Matematica?
Abbiamo visto studenti capaci di eseguire procedure senza che queste diventassero loro, senza incidere sul loro modo di guardare la realtà. Da qui il bisogno di cambiare: non una matematica da ripetere, ma un’esperienza da fare.
Durante lo scorso anno scolastico, questo desiderio ha preso forma nel lavoro del Dipartimento di Matematica, attraverso un confronto continuo tra docenti. In questo percorso è stata preziosa la collaborazione con il professor D. Brunetto del Dipartimento di Matematica del Politecnico di Milano, che ha accompagnato e sostenuto la riflessione.
L’incontro con il modello delle Thinking Classrooms ci ha offerto strumenti concreti. Ma il punto non è anzitutto metodologico: è la convinzione che la matematica, per essere davvero incontrata, debba accadere come esperienza.
La domanda è diventata operativa: come si crea un contesto in cui il pensiero sia necessario?
Da qui alcune scelte:
* proporre problemi aperti;
* lavorare in gruppi dinamici;
* usare lavagne e superfici verticali per rendere visibile il pensiero;
* dare valore al processo, non solo al risultato.
Il cuore, però, è incontrare la matematica dentro la realtà, attraverso il lavoro quotidiano e il rapporto con il docente: non come esecuzione, ma come scoperta.
I segni di questo approccio sono già visibili. In classe cresce il dialogo, aumentano i tentativi, cambia il modo di stare di fronte agli errori.
Per esempio, di fronte a un problema apparentemente semplice — attraversare i punti di una griglia con un certo numero di segmenti — gli studenti non si sono limitati a cercare “la risposta”. Hanno formulato ipotesi, le hanno messe alla prova, hanno scoperto che un esempio non basta per dimostrare una regola generale e che una sola parola può cambiare il valore di un’affermazione matematica: dire “sempre” non è come dire “al massimo”.
Soprattutto, cambia la domanda: non più solo “è giusto?”, ma “perché funziona?”.
Questo passaggio — dal fare al capire — è ciò che più ci sta a cuore, perché si traduce in studenti più consapevoli, più autonomi, più capaci di affrontare problemi nuovi.
Anche per i docenti è un lavoro esigente: richiede di osservare di più, spiegare di meno, fidarsi del percorso degli studenti. Non è lineare, ma corrisponde profondamente all’idea di educazione che ci guida: formare persone capaci di pensare e di giudicare.
Il percorso è aperto. Non cerchiamo un metodo definitivo, ma una strada da verificare ogni giorno. La tradizione didattica resta un riferimento prezioso; ciò che stiamo facendo è approfondirla e ampliarne le possibilità.
L’insegnamento della matematica è un’occasione per scoprire che la realtà è intelligibile e che è bello conoscerla. Dentro questo lavoro, nel rapporto con i docenti, può accadere una scoperta decisiva: la scuola non serve solo ad accumulare conoscenze, ma a introdurre al significato della realtà.
È questa la sfida che vogliamo continuare a raccogliere, insieme ai nostri studenti.”